E infine, spegnersi

Ho fatto un sogno di recente. Stavo per prendere possesso del mio nuovo monolocale, ed ero molto felice. Finalmente, un primo passo vero verso l’indipendenza, con un’abitazione non condivisa. Il monolocale è tipo l’ambizione dei nuovi trentenni, quelli che non hanno uno stipendio, né un mutuo, né certezza. L’ambizione dei precari. La cosa curiosa è che aveva mobili nuovissimi, ma pareti ancora imperfette, senza intonaco, grezze. E poi, di tutti i luoghi in cui il mio inconscio poteva prendere casa, ha scelto comunque Via Parini, dove vivono i miei. Non sia mai che faccia un passo troppo lungo, lontano dall’elemento noto. Che ci sia una porta e un civico però, è già una grande conquista.

Fuori, vecchi amici erano pronti a portarmi un regalo per la casa nuova.

E’ così che si fa, no? Si celebrano le arcinote vittorie dettate dalla società. Mentre ci affanniamo a rincorrere un riconoscimento. Vi dirò, nel sogno la casa va a fuoco – in fiamme letteralmente – colonne di fumo nero, polveri e scintille. In strada, quel pover’uomo di mio padre, non esita a spegnere l’incendio, mi guarda e mi dice “Stai tranquilla”. Si consuma così, nel mio inconscio, la battaglia in atto fra le corde del mio cuore e le bombe della mia testa. Sarà per questo periodo definitorio, di ricerca, di studio, di rivelazione e di appropriazione di un pensiero che non ha più nulla di convenzionale o accademico. Tra le righe della bibliografia, traspare anche la mia posizione in merito alle cose. Dovrò modulare la rabbia, e condirla di riferimenti accademici, per dare validità al mio pensiero.

Mi sembra però che chi prende parola per lo più si siede in punta di sedia, pronto a scattare.

Ci provo. Mi arrabatto. Metto in discussione il mio inglese sgrammaticato ogni giorno, in ufficio, quando accolgo gli studenti che arrivano da Spagna, Belgio, Turchia, Pakistan, è passato persino un brasiliano altissimo e biondissimo. “Hi! Have you found an accomodation to stay?” – gli chiedo – e poi capto pezzi di risposte che comunicano molto meno dei loro occhi preoccupati perché è davvero impossibile trovare una stanza in città. Chi si mette alla ricerca di qualcosa rischia lo smarrimento, delusione e continua allerta. Quando sei in una posizione di svantaggio, è più facile pensare di non essere all’altezza. E smetti di darti valore. L’ufficio in cui opero, ha un nome equivoco, che potrebbe facilmente essere scambiato per una portineria. Così, sovente accade che mi ritrovo a dare indicazioni per raggiungere le aule o lo sportello di counselling psicologico (popolatissimo, il che mi rallegra, ma mi fa anche riflettere su quanto i disagi possano essere numerosi fra gli studenti).

Fra una telefonata e un questionario di gradimento, oggi, ho appreso della morte di nonna.

Un evento prevedibile. Quando partii la prima volta per Parma, ricordo, andai appositamente in paese per salutarla. Era settembre e al successivo Natale mancavano molti mesi per me, ma pareva pochi per lei. Sono trascorsi altri due anni. Un Highlander, senza dubbio. Una scorza dura che fa ben sperare in termini di genetica. Solo che nonna era via da anni. Le è toccato uno dei mali più beffardi, che ti toglie piano piano ogni facoltà cognitiva. Così piano che il tempo smette di essere un fattore di riferimento, il giorno e la notte, il buio e la luce, il pranzo e la cena, Natale indistinguibile da un comunissimo giorno di febbraio. Silenziosa, pressoché immobile, lo sguardo tutto intorno entro le mura di casa. Quando arrivavamo la domenica, eravamo un vespaio tutti intorno a rimbalzare i nostri discorsi vicino alla sua poltrona. Stimolavamo brandelli di memoria, pensando forse, di aiutarla.

Stava seduta su una bella poltrona, col suo sguardo perso di qua e di là.

Se la guardavi a lungo, ti ricambiava un sorriso, altrimenti, si girava e continua a cercare, cercare. Fino a un paio di anni fa, Eva si autoreggeva già sul bracciolo di quella poltrona, teneva le gambine in avanti e riversava su di lei i suoi occhioni:<<Nonnina, nonnina>> la chiamava. E quella sorrideva, a volte un po’ di più, fino a quando non le si bagnavano gli occhi, non di commozione: era ilarità senza contenimento. Allora, Eva appoggiava il palloncino tra le sue mani e attendeva che glielo passasse indietro, altrimenti, se lo prendeva da sola. <<Nonnina, nonnina>>, non rispondeva, ma nascondeva il labbro superiore dentro quello inferiore e indagava, indagava. Avrebbero potuto andare avanti per ore. E forse agli occhi di Eva, che all’epoca aveva due anni, era proprio così: la nonnina era piccola, e sempre più piccola diventava dentro quella poltrona. Poi, piegata, rinsecchita e, quindi, minuscola.

Il tempo che passa, cara nonna, può essere un dolore.

Fortunato chi ti piange perché ti ha persa, fortunato perché ti ha avuta. Nei soleggiati pomeriggi sul balcone, lungo le scale verticali di quella casa con le imposte di legno, c’è stata un’infanzia indistinguibile da quella dei miei cugini, fratelli. Eravamo il vespaio che metteva a soqquadro quello scuro soggiorno pieno di dipinti incomprensibili e bambole di porcellana. Eravamo le impronte di dita sul tavolo, abbellito dal centrino all’uncinetto. Il posto a tavola all’angolo, pur di entrarci tutti. Ti dirò, guardavo con sospetto a quel porta biscotti in latta in cui conservavi i bigodini e mi insospettiva l’immagine di te mansueta, a forzare quei ricci in testa. Cose che avrei dovuto dire, per innescare un rapporto con te, che in fondo sei stata mia nonna, ma non ce lo siamo mai detto. Così, mi sembra di piangere senza motivo, ma il tempo che passa è un dolore anche per me, che ti saluto da lontano. Solo che è un dolore diverso, non convenzionale, non di chi ti ha persa, ma di chi non ti ha avuto abbastanza.

In vacanza, ma anche domani

La vacanza è il momento in cui sollevarsi dall’incarico, quale esso sia. Aprire una casa al mare per avere un luogo in cui consentire allo spirito di distendersi, espandersi, e ricoprire lo spazio esterno di teli colorati. La sabbia è l’unico souvenir: tra le dita dei piedi, dentro la borsa e per quanto mi riguarda, tra i denti. Ci sono voluti tre treni, un aereo e un autobus, per arrivare al mare. Ore congelate dal silenzio – ho aperto bocca per parlare con qualcuno solo a sera – assorta com’ero dall’andatura del treno sui binari, il sole scaldava dal finestrino contrastando il gelo provocato dall’aria condizionata; poi, le solite stazioni fredde e meccaniche. Quando sono scesa a Punta Raisi me la stavo facendo di sopra, così ho raggiunto il primo bagno pubblico, ancora nei pressi del binario. Mi mancava pure pisciare in posizione di squat talmente ho provato piacere a partire, levandomi di torno per un po’.

Movimento

Qualche tempo morto, spezzato dal momento snack troppo costoso al gate, i soliti pensieri in coda per imbarcarsi: famiglie con l’accento romano, una coppia innervosita dalla compagnia che li aveva costretti a caricare in stiva il bagaglio, nonostante avessero pagato la priorità, ragazzi di rientro da una vacanza in Sicilia e chissà…forse madri snaturate, ladri, disperati, nessuno troppo ricco ma tutti soggiogati dalle nuove politiche di Rayanair che zitta zitta quatta quatta, mentre in molti pensavamo a esibire il Green Pass (mai richiesto) – ci ha imposto di scegliere il posto in volo acquistandolo alla cifra minima di 3, 3.50, 4, o 6 euro (se è il posto meno sfigato). Ma si sa: quando parti per le ferie sei disposto a pagare qualcosa in più, pur di stare rilassato. Nessuna grande meta, date le circostanze, perciò ho deciso di raggiungere un’amica al mare. L’ urgenza di andare lontano da casa vanifica il valore della destinazione, per questo una provincia vale l’altra se intraprendi un viaggio, un litorale rimane indistinto da un altro, e ogni comparazione è superflua.

Foce verde

Così, sono finita in un residence a un chilometro dal litorale laziale nella provincia di Latina. Isolato abbastanza da far perdere la ricezione al telefono – aspetto niente affatto disagevole -, e far sembrare i camion dello scarico merci del negozio davanti casa un lontano ricordo. Ci si abitua in fretta allo stare bene, anche se la vista è disturbata da una chiesa di recente costruzione in aperta campagna. Leggo online trattarsi di architettura moderna, che si ispira al santuario di Lourdes, solo con un nome meno evocativo – rifletto. Stella Maris è il nome della parrocchia, riconosco la devozione alla Madonna tipica dei borghi di mare. Ci sono meno di un centinaio di recensioni su Google rispetto al luogo, recitano tutte all’incirca il solito elogio senza impegno: “Bella, spettacolare!”. Inevitabilmente, se 99 commenti sono positivi, l’occhio cadrà sull’unico severo ma giusto: “Un fungo spuntato in mezzo al nulla!”.

Agro Pontino

“Sticazzi – diremo – Sto in vacanza!”. In realtà, lo dirà Martina. A me sono servite alcune ore di assestamento prima di abituarmi a non fare una mazza tutto il giorno, se non tenere il culo poggiato sulla sabbia, mangiare, tenere il culo poggiato sulla sdraio, mangiare, guardare i papà costruire castelli di sabbia con i figli, programmare cosa mangiare il giorno dopo. C’è stato spazio anche per un po’ di sapere storico, che da queste parti si riflette molto sull’aspetto urbano: Sabaudia fu fondata nel 1933, e fu pensata da alcuni architetti che la immaginarono predisposta per divenire un importante centro sportivo, in particolare per ospitare gare nautiche sul lago di Paola. Divenne espressione del movimento architettonico del razionalismo. Per dire, il centro postale della città compare sui libri d’arte. Per coltivare i campi agricoli nati dopo possenti opere di bonifiche durante gli anni del fascismo, Mussolini richiamò direttamente coloni veneti per avviare le produzioni. Le insegne sono rimaste quelle degli anni del boom edilizio che hanno portato al popolamento della città, oggi rinomata meta turistica grazie a una spiaggia di 20 chilometri e alle dune di sabbia che in primavera si tingono di rosa.

Le storie degli altri

Ai miei occhi ha acquisito senso però, solo nel momento in cui la storia del luogo si è arricchita delle storie personali di chi in quel luogo è nato. Quando i luoghi sono i luoghi della vita di altri e le storie trovano il modo di intrecciarsi e rimanere solide, iniziano a somigliare alle leggende. Cosa le rende impermeabili al tempo è la loro capacità di perpetuare bellezza. Non ci fu modo per Circe di stregare Ulisse, e da quell’uomo diverso, curioso, prese l’amore e da amore fu ricambiata, in un valzer di vita intenso per quanto finito. Nessun inganno, solo il procedere delle cose. Sotto il Monte Circeo, che abbraccia uno dei parchi nazionali naturalistici più grandi d’Italia, si consuma ancora oggi quella storia di fascino e capelli intrecciati. La suggestione vuole che il monte assuma proprio la forma della maga, distesa con il volto in su, di cui appare il profilo, a osservarlo bene. Per altri, la sagoma richiama Ulisse dormiente, nella sua permanenza nell’isola di Eea, nome che un tempo aveva probabilmente il promontorio, quando era interamente circondato dall’acqua, in compagnia delle isole di Ponza, Palmarola e Ventotene, l’arcipelago delle Pontine a largo del litorale.

La lucciola

Se tanto mi da tanto, questo può valere anche per ciascuno di noi, che in fondo di miti ci nutriamo ancora adesso. Una sera, dopo cena, eravamo convinte di stare tornando all’auto per avviarci verso casa. Ci siamo accorte di aver sbagliato direzione solo dopo aver trascorso un’ora intera tracannando birra sulle note di Gloria, abbozzata da uno scarsissimo animatore da Piano Bar, con l’unica competenza necessaria: la cafonaggine. Quella bonaria, s’intende. La stessa del gestore che ci aveva viste esitare sulla soglia del locale, dal nome evocativo, “La Lucciola”. <<Volete entrà?>>, <<Ma c’abbiamo la sabbia ai piedi>> – aveva ribattuto Martina. Quello, con una invidiabile pace interiore, l’ha guardata negli occhi, ha portato la mano alla bocca, ha abbassato la mascherina e sorridendo ha sentenziato: <<E sti cazzi!>>.

La lucciola apparve immediatamente come il posto più bello del mondo. L’attimo dopo cantavamo a squarciagola tutto il repertorio italiano dagli anni ’60 ai Duemila, senza continuità logica. Non eri manco nato quando erano in voga, ma le sai tutte. Quella sera, Piccola stella senza cielo divenne un coro da stadio. I nostri discorsi – pochi, evidentemente impegnate a ondeggiare sulla sedia sulle note di Rewind – servirono a riconsiderare gli uomini pelati, ingiustamente esclusi a priori spesso dai nostri interessi in fatto di fisicità.

Roma Bene

Per non farci mancare nulla, un paio di sere dopo, ci siamo misurate con l’universo parallelo dei fighettini in camicia di lino e mocassino anche in spiaggia. Non avevo ancora visto uno stabilimento balneare completo di area relax, parrucchiera, e docce calde. Il sole aveva fatto a botte con le nuvole per tutta la mattina, alla fine l’ha spuntata, cedendo solo al maestrale, ma proponendo una golden hour da paura. Nessuno dei presenti sembrava troppo preoccupato del meteo in realtà. Ho imparato che al mare si mantiene sempre un certo stile, lasciando i capelli sciolti, prediligendo i pareo agli shorts. Bandite la Havajanas: la ciabatta è eleganza. Non avevo granché da condividere con quel contesto, perciò l’ho presa come un gioco: ho smesso di fare caso a cosa avevo intorno e mi ci sono infilata dentro. Per un paio d’ore, sono tornata ad avere 18 anni: ingenua, ma piena di risorse. Via l’elastico ai capelli, matita, rossetto, ho insaccato un vestito e quanto al profumo, bastava l’essenza della crema solare. Che manca? Una complice, certo. Ce l’avevo.

Lucertole

Martina ed io non facciamo altro che cambiare pelle, come lucertole, adattandoci a quello che il momento richiede, assecondando desideri legittimi, imbrogliando la nostra testa e giocando fino allo sfinimento, quando una confessa all’altra che non ne ha più. Un pezzo di pizza appena sfornata, un concerto rock in piazza, l’incedere lento dei vacanzieri per le strade, i negozi aperti fino a tarda sera, quaranta persone in fila per prendere le bombe da Ciccio, e la strada di ritorno verso casa, costeggiando il bosco. Quello è il mio momento preferito, quando la conversazione si fa lenta, i pensieri arrivano piano, si dà voce ai segreti e si mettono sul piatto le verità che non sempre sai raccontare a te stesso. Una spalla serve, per riabilitare i pelati e girare a vuoto per il vicinato sperando di rivedere i tipi carini che avevamo salutato quella mattina. Ci siamo rivelate l’una a l’altra, e ancora a noi stesse: testarde, fragili, generose, sciocche, ribelli, adulte, se è il caso pure cafone. Siamo una pasta pecorino, pancetta e cozze. Senza che questo desti alcuno scandalo. E siamo il pollo con le verdure prima di un approfondimento notturno su Kabul. Non siamo simili, ma simile è il nostro desiderio di vita, in vacanza ma anche domani, quando l’una ricorderà all’altra che merita tutta la bellezza possibile.

Erba di casa mia

posidonia

La commessa del negozio di cosmetica ha speso con me tre quarti d’ora per trovare un fondotinta adatto, che coprisse senza appesantire, con una texture indicata. Ero entrata in negozio dopo l’ennesima notte insonne per via del caldo. Avevo una pessima cera: le occhiaie bluastre, le vene sporgenti, i rossori escoriati da una vita così. Si è impegnata un sacco e alla fine mi ha anche regalato una crema per il contorno occhi. Funziona. È stato come un grillo parlante sulla spalla che – essendo in Sicilia – avrebbe detto: “arripigghiati”. Perciò, un po’ per obbligo un po’ perché sul mare siamo sempre tutti d’accordo, ho scelto il copione del weekend.

Finale (PA), a destra la Spiaggia Marina

Posidonia

Alla Marina si accede direttamente dal centro abitato, a pochi passi da casa mia. La spiaggia è stretta e piena di sassi enormi che rendono l’accesso in acqua impervio, ma noi diremo avventuroso. Una volta spinti tra le onde, appare lo spettacolo di un fondale incontaminato. Una distesa infinita di posidonia, più verde e più scura. È una tipica erba Mediterranea d’acqua, molto simile alle piante che possiamo trovare a terra, più che alle alghe. Produce ossigeno in quantità. Quella che muore si stacca e il moto del mare la riversa sulla spiaggia formando un tappeto morbido, ne riporti a casa qualche filo, non per ricordo, ma perché è talmente innocua da non sentirsi addosso. L’avventura prosegue su uno scoglio o due, alcuni fuoriescono dall’acqua. Se prendi le misure con i piedi e ti aiuti con un po’ di addominali sali subito su, oppure ti fai accompagnare dalle onde. Il sole scalda la superficie e un po’ anche te, restituendoti un dolce rossore.

Storie a pelo d’acqua

C’è tempo per un drink a ogni ora e risalite al tramonto, quando il mare diventa cobalto e il costume bagna un’inutile pezzo di cotone che teniamo addosso per ricomporci. Ci sono età per ogni stagione della vita: bimbi, giovani coppie, anziani, comitive. Ci sono quelli che arrivano perché hanno visto il posto su Instagram e altri che non vogliono rinunciare ai servizi. I predatori del turismo e amanti della natura. Weekendisti e passanti. Puoi ascoltare storie a pelo d’acqua: suocere che hanno da ridire sui suoceri dei loro figli e ragazze affascinate dall’angolo con il salvagente per un set naturale. Nei discorsi non resta spazio per i temi mainstream: di fronte al mare ai arrendono anche i tuttologi. Quindi resta l’unto della crema dopo sole, essenze che sulla pelle diventano promesse, abbracci delicati, carezze, bollori. È l’estate, bellezza.

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Selfie con gli sposi

selfie con gli sposi

In un piccolo paese, ci sono solo due momenti in cui le strade rimangono pervase dal silenzio: la notte fonda certamente, e il primo pomeriggio, quando le attività chiudono temporaneamente, ci si ritira per pranzare, qualcuno sonnecchia e le mura di casa proteggono dal caldo asfissiante di un fine giugno in Sicilia. Quello spazio piatto, discreto, è interrotto talvolta dal rombo di un auto di passaggio. Ci sono volte però, in cui i portoni delle case restano aperti, e allora, qualcosa dentro sta succedendo, qualcosa è in atto…

L’auto per la sposa era già sotto casa, l’autista stretto nella sua camicia bianca e i Rayban a gocce specchiati sbadigliava ritirando la pancia e alzando i pantaloni. Di lì a poco uno stuolo di vicini e curiosi, si sarebbe radunato in attesa di vedere la sposa. Un tempo, messo piede fuori casa, la nubenda veniva accolta da un fragoroso applauso e qualcuno gridava “Auguri!”, “Complimenti!”…Mercoledì invece sembrava di essere in Via Brera a Milano, fuori dal Jamaica con i paparazzi a scattare addosso decine di foto inspiegabilmente raccolte nei megabyte degli honor. Il calore dei presenti era comunque evidente, a ragione di una felicità grande che quindi poteva essere persino di tutti.

Dall’appartamento si alzava un vociare allegro, di chi aveva già dato inizio alla festa. Ci si prepara in molti modi a un matrimonio: c’è un rituale circa cosa indossare, cosa escogitare, cosa abbinare, e un po’ meno forse – badiamo a come essere felici, dando per scontato che qualcosa ci esalterà, ma non considerando che quel qualcosa siamo noi. Ci affidiamo all’incanto. E ora so perché: due delle mie persone preferite si sono sposate, così ci siamo fatti belli per celebrare quella felicità. Esperti della tradizione, sappiamo fare dell’eleganza un sintomo di ebrezza. Gli orecchini e il ciondolo in perla, le unghia smaltate di un colore delicato, il rossetto vivace sulle labbra…

Quando la sposa, ancora in elegante intimo, è apparsa sulla soglia, ci siamo arrese allo stupore. In quel momento è iniziato un gioco di riflessi che è continuato fino a sera, in una corrispondenza continua di ciò che stavamo provando…neanche se a sposarmi fossi io! E no, non è certo l’idea del matrimonio a infiocchettarmi la testa, piuttosto il concentrato di significati che dal matrimonio scaturiscono. I matrimoni sono difficili, a dirla tutta, perché non hai alternativa: o sai goderne o resti fuso col caldo finché il buffet dei dolci non decreterà la fine del supplizio. Mercoledì è stata una giornata magnifica, perché non c’è cosa più bella che essere partecipe della felicità dei tuoi amici.

Quella felicità, ho avuto il piacere di testimoniarla. E così, di scoprire sulla mia pelle che rintracciare l’amore disorienta. Si concretizza un sentimento autentico, che si presenta al mondo nella sua nudità, e quell’amore – quando lo vedi – ti travolge. Solo sei mesi fa, sarebbe passato dolorosamente inosservato ai miei occhi tutto ciò, non curante com’ero di una parte di me perfettamente in grado invece, di saper stare in certe emozioni. Ciò che credevo impossibile in realtà, non solo lo comprendo, ma posso persino contemplarlo per me stessa. Sposarmi? Perché no. Non sposarmi? E che problema c’è? Avere un lavoro con notevoli responsabilità? Eccomi. Tuffarmi giù su uno scivolo in mare? Fatto. Fatto. Fatto. Fatto. Scegliere, insomma, di stare e come stare nelle cose della vita, purché siano libere scelte. E purché, alla base di tutto, rimanga solido il rispetto per se stessi.

Non ho cambiato città finché non l’ho desiderato fortemente, non ho permesso agli uomini di conoscermi, finché non ho sgomberato il campo da ciò che lo rendeva impossibile, non ci sarà un’occasione performante, finché non la cercherò. I matrimoni restano difficili anche adesso, perché tendono a sottolineare quello che non esiste ancora. Ma oggi sono lontana dallo schema preconfezionato che mi è stato consegnato in dote dalla cultura di appartenenza, che mi vuole indistinguibile dalla massa o perfettamente riconducibile agli unici modelli previsti: buona, virtuosa ma poi basta. O prendi marito o qualcosa in te sarà andato storto. Mi ha fatto sorridere, durante la festa, ricevere moltissimi complimenti che dicevano pressappoco tutti così: “Sei irriconoscibile” – “Non sono abituata a vederti così, sei trasformata”. Onore a estetisti e parrucchieri ma oh…ragazzi, sveglia! Mi domando cosa impedisce a molti di formulare una semplice frase come “Sei bella”. Eravamo tutti uno schianto d’altronde, fighe e fighi pazzeschi in pista a ritmo di bachata e merengue. Leggeri, colorati, pieni di vita che ne abbiamo da vendere. Capaci di raccogliere la felicità dei nostri amici sposi in un abbraccio unico e memorabile. Come uniche e memorabili sanno essere le serate perfette.

L’anticiclone ci ha privato del cielo. Avevo una ferramenta in testa e gli aloni del giorno. Ma quando lo sposo ha accolto all’altare la sposa con un lungo, infinito bacio sulla fronte, non ho avuto dubbi: ecco l’amore. Sotto l’imponente presbiterio del Duomo di Cefalù, lo sguardo per la prima volta in 29 anni, non era votato all’Altissimo, ma alle note di umanità che si stavano componendo da sé, nello scambiarsi le promesse, nel sottoscrivere un patto, nello stringersi in un momento tanto intimo quanto universale. Umanissimi. Due delle mie persone preferite si sono sposate e non c’era altro modo di celebrare la felicità se non fare fuoriuscire la propria. La vita è un medley mentre scoli di sudore; è perpetuare il desiderio, fare della felicità un inno. In Sicilia ho un grappolo di amici che ormai ride di ciò che non può cambiare e si regala sprazzi di normalità con vestiti buoni e scarpe d’occasione. Farsi belli è naturale conseguenza per chi vive la vita con devozione. Ma anche Baila Morena che mi torna in mente insieme a tutto quello che ho visto e di cui mi fido, perché lo so, ora lo so: amare è tutto ciò che va fatto.

Your job, our text, one pic

Quanto può distare il Pakistan da qui? Molto meno di quanto immaginiamo, se programmi un viaggio da te all’altro capo della strada, dove puoi trovare un pozzo di storie sognanti: fatte da esseri qualunque.

La primavera ha in serbo sempre più chance di incontri, più incroci ai semafori e giornate che negoziano la loro fine con il sole più a lungo. Quando abbiamo deciso di sfidare quegli incroci, di tallonare quelle strade, in realtà, non avevamo un’idea precisa di quello che sarebbe successo. Ho messo le scarpe comode, un piumino da 100 grammi per la sera e ho preso la macchina fotografica che ad aprile avevo chiesto a mia sorella in prestito, immaginando che a un certo punto, mi sarebbe tornata utile. Non so usarla, non ho mai veramente capito come ottenere un’esposizione corretta, ma mi ero fatta forte dell’idea che i tecnicismi sarebbero stati secondari, non sapevo che forma avrebbe assunto la bellezza in questa storia.

Alle 20 del 10 maggio Piazzale Corridoni a Parma si stava lentamente svuotando: il libero professionista sulla bici, con il vestito buono e lo zaino in spalla imboccava Via Nino Bixio, la salumeria all’angolo abbassava la saracinesca, gli autobus 1, 5 e 6 percorrevano le ultime corse. Sulla soglia del locale semibuio, una donna di mezza età era appoggiata alla porta fumando una sigaretta, i capelli legati, il grembiule sul ventre, nonostante tutto, il volto segnato da ottimismo. Ero arrivata puntuale sul posto mentre, come al solito, Raffaele tardava – “Vez sto arrivando” – riproduceva l’audio su WhatsApp. Si stava perdendo già il primo atto. Sapevamo che a un certo punto sarebbero rimasti in scena gli unici personaggi a cui eravamo realmente interessati quella sera, sapevamo dove trovarli, ci eravamo già caricati di immagini mentali, come quando vai a scuola preparato perché se ti interroga la sai, sensazione spesso a me sconosciuta, così pervasa dall’insicurezza. Non avevo ancora abbassato il cavalletto della mia Eusebi, quando mi piantai nel bel mezzo del marciapiede, invadendo volontariamente lo spazio di un ragazzo che di lì a poco sarebbe ripartito con il suo Glovo pieno di pizze. Era piuttosto basso, indossava dei pantaloni in stile militare, un giubbotto e un passamontagna grigio, vecchio, o forse era solo un pezzo di lana bucato sul naso e sugli occhi. Il monopattino di Raf frena accanto a me, gli faccio segno con lo sguardo, e riconosciamo entrambi il soggetto: il rider perfetto.

Piazzale Corridoni – Parma, maggio 2021

Dovevamo tornare a casa entro poche ore con un certo numero di scatti. E per farlo, andavano oltrepassati molti limiti, su tutti: noi stessi. La sfida era tutta lì, in quella distanza tra noi e il Pakistan, tra noi e il ragazzo che per tutta la sera rimase senza nome. C’era un solo modo per farlo entrare nel racconto che volevamo costruire, chiedergli di partecipare. E c’era solo un codice possibile per farlo: non le parole, non le promesse, ma gli occhi. Era l’unica cosa che quel ragazzo con lo zaino giallo Glovo, concedeva di sé al mondo circostante. Abbiamo varcato la soglia di qualunque cosa fosse quella resistenza estrema all’altro e lo abbiamo salutato. Abbiamo impostato la conversazione sul nostro inglese scolastico, mischiato all’inglese della strada di chi arriva in Italia da ogni parte del mondo “in via di sviluppo”. E non è andata bene. Chissà quanta distorsione sarà intercorsa tra lui e noi in quelle poche battute. Your job, our text, one pic. Non ricevemmo un semplice no, non ci ha voltato le spalle, ma abbiamo visto la paura crescere nei suoi occhi. C’era di più, ma mi sembrava un azzardo lavorare d’immaginazione; di certo, nel suo sguardo non esisteva inganno, ma un profondo sentire, un profondo sentire angosciato.

Un po’ scossi, siamo tornati a darci la carica. I locali di Via D’Azeglio, da qualche settimana, erano tornati ad accogliere gente all’esterno, ma le commesse da casa non sembravano affatto diminuite. Su e giù fino a Piazzale Santa Croce, erano almeno una decina i rider impegnati a soddisfare tutti gli ordini: nel giro di pochi minuti abbiamo conosciuto Mohammed, molto disponibile e divertito dall’idea che la sua storia potesse in qualche modo destare interesse. Ci ha mostrato lo smartphone con le notifiche, le mappe di Google pronte a indicargli la destinazione e il suo sorriso direi inossidabile. A lui abbiamo scattato le nostre prime foto, ricevendo in cambio non solo quadri e scene ma anche una dose inaspettata di adrenalina che non è più calata per il resto della nostra ricognizione fotografica. A dire il vero, non avevamo un’idea precisa di cosa avremmo voluto realizzare, il progetto ha preso forma poco alla volta, dopo i primi momenti quasi di smarrimento. Non era possibile far convergere la nostra immagine con la realtà, era la realtà che avrebbe ispirato noi. Proprio come quando ci mettiamo lì a spulciare articoli, documenti e report per ricavarne una sola storia, per quanto ricca di spin-off. Piena al punto da obbligarci a selezionare, escludere, rinunciare se necessario. Su Viale Mentana per esempio, avremmo potuto riprendere un rider completamente perso, con una consegna da far giungere al lato opposto della città. Ci siamo limitati a dargli delle indicazioni, comprendendo in quei secondi tutto il disagio di un’occupazione che in fondo è lo specchio della nostra società: si affida totalmente ai mezzi, ne rimane assuefatta fino alla dipendenza, e su essa costruisce ogni possibilità. Le piattaforme digitali che assumono i ciclo fattorini si fondano in toto sull’azione trasparente del digitare: scelgo un ordine dalla mia app, che diventa commessa, che diventa spedizione. Priva di ogni interazione umana.

Riders in Piazza Garibaldi – Parma, maggio 2021

Siamo andati a caccia dell’invisibile e ci abbiamo trovato dietro persone. Come Umar, 30 anni, seduto sotto la statua di Piazza Garibaldi in attesa delle ultime notifiche. Sotto il casco giallo e la mascherina aderente al volto, la fisicità greca di un amatore dell’arte marziale, col sogno di tornare a casa per completare i suoi studi da videomaker. Ci ha anche fatto vedere qualche suo montaggio; mostrava i suoi capelli lunghi e neri, raccolti solo temporaneamente in un codino durante il lavoro. Era uno dei più attrezzati, considerato quanto spesse fossero le ruote della sua bici. Jawed ci ha detto poco, ma nella posa naturale fermo al semaforo, ha rivelato ogni cosa. Mohammed (un altro) non voleva prestarsi al ritratto, si è anche allontanato da noi, per poi tornare. Ho capito cosa avesse fatto scattare in lui la voglia di mettersi in gioco solo quando mi ha chiesto di mandargli le foto che lo riguardavano. Sanno che spesso i giornali si occupano di loro, che se ne parla in virtù del groviglio normativo che non viene fuori dall’impasse autonomo/subordinato. Ma in quel momento, voleva solo far vedere alla sua famiglia laggiù lontana che qui ce la sta facendo.

Nel frattempo, anche l’adrenalina per noi era diventata un travaglio. Nessuna storia ci sembrava uguale all’altra per quanto si intravedesse un filo comune: sono quasi tutti uomini che lasciano una terra in cui le istituzioni li abbandonano, per approdare in altre in cui le istituzioni permettono che vengano schiavizzati. Il dato simile, in ogni caso, è rappresentato dalla straordinaria fiducia che evidentemente ripongono in loro stessi. Non sono poveri disgraziati, ma ricchi avventurieri. L’uomo è artefice del proprio destino solo finché il destino lo colloca nella parte giusta del mondo. La storia più bella, a mio avviso, resta quella che non abbiamo raccontato. Andare a fondo, si è rivelato più difficile di quanto potessimo immaginare, oltre l’empatia che in qualche modo abbiamo instaurato – forse per la simpatia che potevamo evocare su e giù per Strada Repubblica a bordo di una sgangherata bici da passeggio e di un monopattino che si scarica in fretta – alcuni volti sono rimasti lontani dall’obiettivo. Abbiamo rivisto il ragazzo con lo zaino giallo a fine serata, lo abbiamo salutato sotto il porticato di Via Mazzini, tirando dritti per la nostra strada, quando ci ha chiamato indietro: “Sorry, I can’t” – stavolta non c’era paura nei suoi occhi, ma la stessa inconfondibile angoscia. “Don’t worry” – replicai con la voce rotta per la commozione, prima di chiedergli come fosse andata la sua serata di lavoro. Aveva guadagnato bene: 15 euro.

Un po’ rotta anche io, a quel punto, sentivo di avere in me tutto il Pakistan del mondo, ma di poterlo guardare ancora solo da lontano. Avevo le mani sporche di grasso per essermi poggiata a terra, sudate dopo averle tenuto a lungo sui manubri della bicicletta, ottanta foto sbagliate sulla memoria della reflex, e una profonda gratitudine verso il mestiere più contraddittorio e bello che potessi scegliere per me: raccontare.

Nelle scorse settimane, abbiamo completato il nostro lavoro: Into the night è il reportage che racconta la condizione dei rider, provando a spiegarne il fenomeno attraverso gli sguardi dei ciclo fattorini che abbiamo incontrato, e che si sono fermati a parlare con noi, condividendo le loro esperienze. Le foto sono state scattate nel mese di maggio 2021 a Parma. Il reportage è stato realizzato su richiesta del docente del corso di Giornalismo dell’Università di Parma, Marco Gualazzini, stimato fotoreporter, al fine del superamento dell’esame integrato in un insegnamento del corso. Le foto abbinate a questo post, non fanno parte della selezione.

Amore con riserva

amore con riserva

Non salivo su una metro da dicembre 2019 e non passavo da un Mac per un break da quando andavo al liceo probabilmente. Quando ho svuotato il borsone, una volta rientrata a casa dopo un paio di giorni fuori, ho caricato in lavatrice tutti i vestiti con cui mi ero appoggiata sui corrimano della città più movimentata d’Italia: Milano. Avevo perso il contatto con realtà enormi, caotiche, piene, molteplici, in cui l’elemento architettonico sfida il cielo e lo smog ti sputa addosso. Appiedata, sei costretta a stare nella calca dei semafori, a tenere gli occhi aperti finché non hai attraversato la strada e devi tenerti pronto a subire l’intolleranza delle sciure di Monza che impatti involontariamente col sacco che ti pende mentre corri in stazione. Che belle le stazioni! I tunnel dove soffia la corrente del prossimo treno in arrivo, il puzzo delle pareti, le maledizioni della zingara a cui non rendi conto.

C’erano due donne sedute a distanza di sicurezza in metro, pressoché identiche: mezza età, alte, pantalone chino blu, capelli grigi corti che si poggiano sugli occhiali da vista e una blusa a coprire i fianchi, ai piedi tipicamente Saucony. Sono salite a Sesto come noi, chissà dove erano dirette, a risolvere quale commissione, a iniziare chissà quale turno…Nei pressi delle fermate del centro storico, il vagone accoglie alcune donne sui tacchi, il trench lungo e la mise da ufficio; gli uomini invece, indossano la camicia dentro i pantaloni e uno zaino con dentro un sapere informatico che non credo raggiungerò mai. Non troppo assorta nei pensieri, gettavo l’occhio alla linea delle fermate, immaginando come si possano sviluppare i quartieri in base alla percezione che se ne ha nell’immaginario collettivo: Duomo, Rogoredo (quello del parchetto dei drogati), Porta Venezia, che avvia Corso Buenos Aires, quello dello shopping.

Quanto mi sento ovattata nella mia tranquilla vita di provincia. A Parma riconosco già i volti dei riders e i nomi delle strade: i miei colleghi mi chiamano Google Maps. Ho avuto più tempo per coltivare un rapporto con la mia città, le sue misure, le sue condizioni, le sue regole tacite. La vita nei parchi si consuma una cacca di cane alla volta, mentre a Monza il parco è così grande da ospitare dentro l’autodromo! Quante vite servirebbero per riuscire a fare di ogni posto, un luogo familiare? Abbiamo chiesto ad alcuni poliziotti cosa fosse il palazzo di fronte a noi: un omone alto ci ha risposto con un inconfondibile accento siciliano: “Questo? Il tribunale è”. Il caos della città mi ha riportata dentro un turbinio di storie inconoscibili, che immagino però, molto simili tra loro. In fondo, stavamo tutti riprendendoci un po’ di normalità, solo con le mani consumate dal gel alcolico.

Lì in mezzo comunque, dicevo, ti senti scomparire. La città ti ingoia nel suo essere multidimensionale, sarà per questo che chi può permetterselo fugge al mare nel weekend. Chissà come deve essere sentire di avere finalmente due chiodi ai piedi e stop, stazionare. Ti crei una sorta di microcosmo che delimiti tu e ci metti dentro quello che ti fa stare bene. Lo coltivi ogni giorno, aspettando pazientemente il momento in cui il vicino aprirà la porta e sarà disposto a chiacchierare con te, così la volta dopo gli renderai il sale e quella dopo ancora magari, ci scappa il caffè. I miei vicini alle 5.30 del mattino passeggiano con i tacchi in casa e oggi, quelli di fronte passavano il taglia erba. Staziono qui da un po’, ma è proprio dura a volte risultare “confident”. Anche senza il caos della città. Il mio supermercato è confident, il mio parco, la ciclabile, il Ponte Caprazucca, Via La Spezia sono i miei luoghi confident a Parma. Li ho visti con le foglie gialle, la neve di gennaio, la pioggia di maggio e sotto il sole di questi giorni che sanno di addio. Quanto ho corso negli ultimi otto mesi!

Mi chiedevo allora, se la mia relazione con i luoghi potesse raccontare anche qualcosa delle altre relazioni, quelle più cinematografiche, con gli uomini per esempio. Se li affronto come si affronta il caos di Milano, o il perbenismo di Monza, o come provo giornalmente a scalfire la diffidenza di Parma. So che, ferma sulle strisce, le macchine frenano e ti lasciano passare, che a volte il clacson sfoga una frustrazione anche qui. So che ci si permea ai luoghi, che per sopravvivere devi adattarti e al contempo fare a gara per non perdere te stesso. Così, vince chi resta in piedi dopo aver cambiato pelle cento volte e cento volte è rimasto fedele a se stesso. Forse le relazioni sono come le tante dimensioni di una città: impossibili da decifrare, sporche, impari, ma anche solidali, capaci di ristorarti, e piene di posti in cui sederti per iniziare uno scambio. E’ facile perdersi, come pure lasciarle. Una settimana lì, tre mesi qui, un treno per ogni stazione e un mare verso cui scappare.

Padella, curcuma e ahahah

compleanno

Mi sono alzata felice di cucinare, questo è quanto. La storia si è svolta in modo molto semplice: ho messo gli ingredienti sul tavolo in modo da non dimenticare nulla e dieci minuti dopo i cookies erano in forno. Nel frattempo, mescolavo il latte con lo zucchero, la maizena e gli aromi, Spotify lanciava indie pop e arrivavano i messaggi. Poi sono arrivati Sami e Giorgia per aiutarmi a tagliare le verdure e la cucina si è accesa, diventando casa.

C’è una sottile ironia nel trascorrere del tempo sano e felice in casa, dopo che la casa a lungo ha rappresentato per tutti noi quando una prigione, quando l’eco preponderante dei nostri pensieri. Ma c’è una differenza sostanziale nel tempo di oggi: la casa è tornata ad essere il luogo dell’ospitalità. Ho trascorso il mio compleanno spadellando, insieme con l’antagonista per eccellenza della mia vita, il cibo. Il forno e i fornelli oggi, non erano solo gli accessori per soddisfare un bisogno, ma un mezzo per condividere spazio, momenti e ricordi da costruire. Attorno alla tavola si è adunato il piacere della buona compagnia e il mio desiderio ha incontrato il suo migliore soddisfacimento.

Questa notte, in uno dei pochi messaggi che ha colto l’occasione di buttare giù due parole per un augurio di buon compleanno, una cara amica mi ha ricordato che mentre molti si sono attanagliati sui fusti, io ho scelto il ramo esposto al vento in questo tempo avverso. Vero. Potevo stare tra le mie certezze, usare i codici conosciuti e svolgere i miei compiti soliti. Potevo scegliere di non rischiare la solitudine. Non ho mai avuto il dubbio però, che il vuoto di certi giorni qui fosse solo l’anticamera di un tempo nuovo. Ehi, c’è una piccola famiglia anche qui ora: nella bellezza di un abbraccio spontaneo rubato alla paura. Siamo sopravvissuti a una tempesta oltre la quale il sereno ha squarciato le nubi di primavera. Seria: se l’impossibilità del contatto è stato il prezzo da pagare, l’occasione di riprenderci il sublime dell’incontro non è andata persa.

Siamo diversi. Siamo distanti. Siamo irraggiungibili. Ciò che ci sembra sovrapponibile a noi, è solo il più prossimo dei diseguali. Per questo, mettersi insieme è una festa: perché abbiamo scavalcato un recinto dove è possibile danzare. Non sono felice perché è stato il mio giorno, ma perché è stato un giorno condiviso. Trovo che ci sia una straordinaria libertà nel volere porre fine anche all’euforia di un giorno. Forse è questo che vuol dire per me crescere: la mia più cara amica mi ha videochiamata dai corridoi di un ospedale, in un momento di quiete per poter condividere con me i più futili e veri pensieri. Un apprezzamento per il mio seno, un apprezzamento per il suo scrub, un apprezzamento per la nostra riscoperta volontà di non dare troppo senso alle cose e nella leggerezza raccoglierlo invece tutto. Siamo cresciute e diamo peso all’infinitesimale poco che fa di noi l’essere essenzialmente due qualunque donne pensanti.

Non avevo abbastanza forchette, così io ne ho presa una di plastica lavabile. Ho mangiato le fragole, che non avevo mai mangiato perché per lungo tempo ero rimasta ferma nella convinzione infondata che non mi piacessero. L’alcool mi smonta subito lo stomaco e non c’è troppa grazia nelle mie labbra truccate, se sto sorseggiando del vino. Chiunque poteva lavare i piatti e usare la mia stanza. Ho accolto festante tutti i miei zii al telefono pian piano vaccinati. Crescere è avere premura, pensiero, preoccupazione, riguardo. Crescere implica il rispetto per ciò che conta e la più totale relatività per un messaggio mancato. Non mi importa essere raggiunta, importa che io sia vista e che io veda.

Lo spazio per l’inaspettato non conosce formalità. Grazie e auguri, di cuore.

Cosa c’entro con la Giornata della Terra

giornata terra

Come ho celebrato oggi la Giornata della Terra?
Essendo giovedì, ho fatto la mia spesa di frutta e verdura nel mercatino sotto casa. Ho acquistato i prodotti delle aziende agricole locali. Nel pomeriggio, al termine della mia giornata, ho svolto il mio solito allenamento al parco, valorizzando ciò che la natura mi ha dato: arti, busto, glutei e ascelle da cui espellere tossine. Come non ho celebrato la Giornata della Terra oggi? Mi è arrivato un pacco Amazon, perché avevo effettuato degli ordini online. Evito se posso, ma non sempre riesco a rinunciare ai benefici degli acquisti facili.

Il discorso è complesso

La crisi ambientale è drammaticamente collegata alle nostre abitudini di consumo. Da quando vivo sola però, ho potuto più facilmente compiere delle scelte sul mio stile di vita: divenendo direttamente responsabile della raccolta differenziata casalinga mi sono accorta della quantità enorme di plastica che producevo pur essendo sola. Qui si espone il venerdì: allora, mi sono imposta di riempire un sacco solo una volta ogni due settimane. In città si imballa tutto.
Ho imparato a usare la bici anche con il gran freddo.
Evito i cibi precotti: cucino io! Ho scoperto di essere brava a fare i risotti.

Non compro quasi più la carne al supermercato (resistono pollo e tacchino). Tranquilla mamma, compenso con i legumi.
Guardo con sempre maggiore interesse all’usato.
Faccio lavaggi a freddo, o comunque a basse temperature.
Prima di questo però, ho praticamente esfoliato le mie tute (capo d’abbigliamento per eccellenza nel 20-21).

Non solo io

Ci sono moltissime altre pratiche evitabili o dannose che posso imparare a risolvere assumendo la sostenibilità come valore. Non sono un’attivista, non ho mai aderito a stili di vita precisi, e infine, non credo che le responsabilità individuali saranno definitivamente in grado di risollevare una catastrofica condizione del nostro ambiente. Occorrono anche, moltissime responsabilità collettive.

Tuttavia, non avrebbe alcun senso per me celebrare o lavorare all’interno di una redazione che studia, analizza e informa su queste problematiche, se tutto ciò non avesse dei risvolti pratici sulla mia vita.

Visitate Salgoalsud. Celebrate la Terra.
Rassodate i vostri culi al parco.

Case a strapiombo sull’acqua

Gibilmanna, appena dietro il Santuario, luogo di meditazione e unioni nuziali. Un addetto ripulisce il cortile del convento che un tempo fu borgata. Un tornio, le casupole, i fiori tutto intorno. Prendiamo il sentiero più veloce per raggiungere la pendice della montagna. Non c’è molto dislivello ma ho già il fiato corto. Sento freddo a tratti, il sole di aprile non convince ancora. A metà tragitto sono già sudata, ma l’aria è frizzante e decido di coprirmi. Tra gli arbusti si distingue a mala pena il viottolo oltre il quale è già precipizio. Si apre una larga veduta sulla Valle di Siro, abitata da un vigneto imponente. Appena oltre è Cefalù: fanno la sua figura la Rocca, il porto, e persino un paio di imbarcazioni appena a largo. Se abbasso lo sguardo trovo lavanda.

Le montagne ti proteggeranno

Le montagne separano una ad una le borgate della Madonie. Le conosciamo bene: sono i luoghi della vita. I paesi incastonati in quei lembi di terra curvi, alti, avvallati, scavati, immobili. Un tempo niente, poi tutto, poi di nuovo niente. Pollina, avamposto. San Mauro, dietro. Castelbuono, dilagante. Geraci, appena uno scorcio. Sono la vita a Est. Il cielo è pulito, nessuna foschia: così si distinguono persino le case di Lipari. Le Isole Eolie ci sono ancora, ci sono sempre. L’orizzonte disegnava una linea oltre Alicudi, che appare più vicina. Da quell’altezza si avverte quasi impercettibile che la Terra tende a tondeggiare. Riscendiamo. Scivola, ma non fino a terra. Ci sbilanciamo più volte, le pietre sono fini e tendono la trappola. Restiamo cauti. Non cadiamo.

Una storia del mare

Un gabbiano si abbassa veloce sul piazzale, le panchine sono vuote, tira vento di maestrale. Il mare è increspato, puoi sentirlo. Ma in fondo è fermo, nel complesso immobile. Non ho niente da dichiarare, ho solo un tempo per me. Per le coperte ad aprile e una tavola piena. Non ho niente da cercare. Le cialde per il caffè, le creme riposte in qualche ripiano dimenticato. Mi appoggio solamente per qualche giorno, neanche tiro fuori le pezze dalla valigia. Un gelato al bar, un saluto da lontano. Sei arrivata, sei ripartita. Giusto il tempo di raccogliere la biancheria caduta alla vacina mentre stendeva. Mi cala la corda, la sistemo sul gancio. Arrivederci, ciao. Ho ripulito la bici, ne aveva di polvere. Un po’ d’aria nelle gomme, sfacciandomi dal meccanico. Tempo di annunci e saluti, tempo denso, passo dopo passo sulla Statale, sul versante esposto alla corrente. Sorridono gli occhi. Qualcuno è stanco. Si osa progettare l’estate, tempo mistico, sospeso, agognato, indiscusso, sacro. Tempo che verrà. Tempo di andare. Casa tra le case a strapiombo sull’acqua.

Ma ve la immaginate la fine?

Si è alzato un gran vento anche qua. Mi dicono che è raro sulla bassa, eppure niente equinozio quest’anno. Una folata ha spezzato i petali degli alberi di pesco sotto casa e il cielo si è ingrigito. Tocca aspettare per celebrare la nuova stagione. Incautamente avevo osato tirare fuori la giacca in ecopelle che a conti fatti – tra cambiamenti climatici, restrizioni e ritorni verso sud – metterò un paio di settimane l’anno.

Pure l’armadio vive in attesa di un liberi tutti finale, la caduta del muro di Berlino, lo sbarco in Normandia, l’incontro di Teano, il trattato di Versailles, il ritorno a casa di Ulisse, insomma quel momento lì, quello simile all’esultanza di Grosso in Italia-Germania 2006, l’abbraccio di Pirlo a Cannavaro dopo l’ultimo rigore, l’ultima campanella di giugno a scuola. Come sarà quando sarà finita? Chi ce lo dirà? Da chi andremo?

Magari non ce ne accorgeremo neanche, butteremo via le mascherine e basta, senza nessun rito o esultanza. Ci diremo salvi con i traumi addosso o negheremo che sia finita. A un certo punto insomma, ci potremo permettere di non avere razionalmente nessuna paura. E scopriremo di averle comunque. Ci sarà per tutti quel parente o amico che ci dirà di non esagerare, ci sentiremo pure un po’ scemi, alienati, confusi. Invecchiati sicuro. I pub avranno un appeal diverso, prevedo un innalzamento dell’indice di acquisto per attrezzatura da montagna e camminata nordica, i più audaci si saranno dati all’alpinismo, compreremo una canoa e saremo disposti a portarla in spalla, pur di dare due bracciate lontano, verso l’orizzonte dove ogni libertà viene ricomposta, torna legittima, e il mondo accenna le sue forme tondeggianti. I rumori, quelli torneranno sicuro, quelle dannate auto a tutte le ore del giorno e della notte.

Rimpiangerò la campagna, la sua quiete un po’ povera, il suo spirito piatto, sempre disposta a rivoltare la terra di cui è fatta. Comprerò dei vestiti, perché ne avrò messi via altri. E non guarderò solo tute, ma oserò nuovi outfit e colori. Ci saranno molti treni, lo giuro. E forse un abbonamento al teatro, monologhi. Monologhi di donne attrici che mi piacciono. Le seguirò sui social. E poi andrò a sentirle dal vivo. Concerti pure, una band magari. Un indie strappalacrime per ricordarmi che non ho più vent’anni anche se sarò in mezzo a ventenni. Ah, poi voglio esagerare: troverò il lavoro che mi piace. Inizierò da stagista e poi mi farò valere, sì. Non sarà necessario coltivare più nessun sogno, perché sarò in perfetta armonia tra la realizzazione di me e il mio conto in banca.

Quanto al cibo, sentite, parliamoci chiaro: ma chi ce l’avrà il tempo di cinque pasti al giorno e di salvare tutti i post sulle idee per una colazione a dieta! Mangerò equilibrato, sostenibile e non comprerò carne al supermercato. Ma mangerò quello che mi pare e soffriggerò sedano, carote e cipolle a piacimento. Impasterò per il gusto di impastare, e devo assolutamente comprare uno sbattitore e un frullatore a immersione, perché altrimenti sei un sacco limitato. Non puoi essere sempre creativo. Serve una zona franca dall’estro, un posto per continuare ad annoiarmi. Tipo la coda. Ridatemi una sala d’attesa dove poter osservare la gente e le sue stranezze. Scambiarsi un sorriso d’intesa, attaccare bottone. Ma quand’è che avete attaccato bottone l’ultima volta?

Servirà una piazza. Sì, vi prego. Tocca farci un evento e che accorra molta gente curiosa. Una sagra, un sabato sera di quelli che almeno per due ore non prendi in mano il telefono. Se fai una storia ti taglio le mani! Stai qua, con me, guarda quello: ma perché porta le basette così? Avrà visto Bridgerton…Accenderò il pc solo quattro ore al giorno e piuttosto vado a fare capanne con i miei cugini piccoli. Giro di Sicilia, ma pure a piedi guarda. Datemi la Via Francigena e sarò Fidippide, solo che sarò l’ultima maratoneta. Se dobbiamo ringraziare la realtà aumentata, io voglio essere diminuita, voglio abbassare il volume, e giuro che ci sarà una serie solo se potrò comparire nei titoli di coda. Comparsa? No, autrice zì. Minimo, minimo racconterò storie senza pilot e senza conclusioni…

Farò una tournee. Sarò groupie di me stessa. La road map sarà segnata da ogni capolinea di treno (ma solo se mi sponsorizza Trenitalia). Farò un reportage e lo titolerò: fino alla fine dei binari. Gli ultimi saranno i primi e per ogni stazione chiederò a un passante: lei si sente più destinazione o partenza a vivere qui? Insomma, più immagino la fine, più prende la forma di nuovo inizio.