Le parole, questo Natale, me le ha suggerite il mare

La mia lettera di Natale quest’anno è rivolta al mare. Babbo Natale è inflazionato, Gesù Bambino non mi sembra il caso di gravarlo di troppe responsabilità, al primo gemito. Il mare invece, è grande abbastanza per contenere dubbi, desideri, paure e gioie. Sa elaborare tutte le emozioni: si arrabbia, si stende, si colora (non è depresso), va e viene ma non è bipolare. Ha la sua motoria coerenza.

Insomma, caro mare…

Quest’anno vorrei che ti facessi grande per raccogliere tutto l’indefinito dei mesi appena trascorsi. Quello che non abbiamo saputo dove mettere, quello che abbiamo fermato, che è stato abortito, a cui abbiamo rinunciato, che abbiamo visto ridimensionato o del tutto sacrificato, vorrei lo prendessi in consegna e che ti tenessi pronto a restituircelo come sai fare tu, che riporti a riva ciò che in te non muore mai.

Vorrei che ti facessi bassa marea per chi è con l’acqua al collo. Adesso che sappiamo davvero cosa vogliamo quando invochiamo un sereno Natale e un Felice anno nuovo, ti chiedo di non cancellare i segni di questa scoperta. Che possa rimanerci ben impresso questo gran casino in cui siamo finiti.

Onestamente, era difficile anche gli altri anni gestire giornate come queste, che hanno il potere di sottolineare le mancanze e marcare a fuoco i limiti e le incomprensioni. Non ci serviva un’ aggravante. L’unica rima collettiva è la grande opera di castrazione sociale in corso. Natale ha solo complicato le cose: ha reso manifesto il nostro pregiudizio di conferma. Più ci viene detto cosa non fare, più ci incaponiamo nel farlo. Chiamaci stronzi…

Ma tant’è…Quando questo Grande Fratello finirà, dovremo fare i conti con le conseguenze di mesi instabili e irrequieti. Per cui, fin da ora, ti chiedo di non farti troppo mosso quando affolleremo le tue rive in cerca di iodio da respirare dopo tutta l’anidride carbonica che inaliamo usando le mascherine.

Se dovessimo dimenticarci come si nuota, non disperdere le boe a largo. Le boe servono per girarci intorno quando abbiamo raggiunto l’apice delle nostre trasformazioni e siamo pronti a lasciarci alle spalle la parte difficile del percorso per raggiungere finalmente il prossimo punto di arrivo. Anche se – penso – mi acciambellerò al sole finché autunno non ci separi.

Vorrei che portassi il tuo senso di libertà alle mie amiche donne, tutte, indistintamente. Noi, di libertà, abbiamo più bisogno di altri, perché partiamo svantaggiate. Mi accontento di continuare a tenere gli occhi aperti tanto così nei futuri ambienti di lavoro, per non essere sovrastata dalla consuetudine manipolatoria maschia, pur di avere in cambio la certezza che fiancheggiando le tue rive, ciascuna di noi intraveda la possibilità di riflettere interamente se stessa così com’è.

Mi preme un pensiero anche per i miei amici uomini. Che siano determinati come le onde che si infrangono sugli scogli: nelle scelte, nelle parole e per carità, nei sentimenti.

Francamente, sarebbe banale chiederti di inondare Palazzo Chigi, così da provvedere a un cambio di Governo. Ci proviamo da anni, ma la sensazione è sempre più quella di scavare un fosso che non smette di trovare profondità. Inizio a pensare che il vero problema non sta lì, e che forse siamo noi un po’ minchioni. Io so che la calma piatta della tua superficie di questi giorni, in combutta con il sole, è un piacevole inganno. Che stai combattendo la temperie dell’inverno come noi combattiamo la temperie culturale di questo secolo.

So che non sei attrezzato per invertire la rotta della polarizzazione dei media, per l’avvento delle tecnologie che favoriscono la diffusione virale delle stronzate, e per la disinformazione. Tuttavia, potresti sempre ospitare il bagno di umiltà e buon senso di chi fa un uso improprio dei mezzi.

Nonostante il disgusto che spesso mi abita, vorrei tanto che tutto questo finisse. Che le cose della vita possiamo tornare a misurarle per intensità: ridere, sputacchiare, litigare, condividere una cena, stare chiusi in una stanza, per Dio, persino ballare.

Senti, sul vaccino non dico nulla. E neanche per me ho troppe pretese. Ho comprato un libro che sa di scommessa e una collana che fa da promemoria, per i giorni in cui scordo di volermi bene. Anche se – lo ammetto – ti ho anche fotografato mentre eri nudo, e la sabbia conservava l’umido dell’ultima mareggiata. Non avere fretta di rivestirti, di tornare al tuo ruolo naturale. Sii amante indiscreto, travolgente. Sorreggi questo splendido tradimento di cui io e te, in silenzio, sappiamo godere.

Ci vediamo nei singhiozzi di tempo che ci è concesso.

Sempre tua.

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