Padella, curcuma e ahahah

compleanno

Mi sono alzata felice di cucinare, questo è quanto. La storia si è svolta in modo molto semplice: ho messo gli ingredienti sul tavolo in modo da non dimenticare nulla e dieci minuti dopo i cookies erano in forno. Nel frattempo, mescolavo il latte con lo zucchero, la maizena e gli aromi, Spotify lanciava indie pop e arrivavano i messaggi. Poi sono arrivati Sami e Giorgia per aiutarmi a tagliare le verdure e la cucina si è accesa, diventando casa.

C’è una sottile ironia nel trascorrere del tempo sano e felice in casa, dopo che la casa a lungo ha rappresentato per tutti noi quando una prigione, quando l’eco preponderante dei nostri pensieri. Ma c’è una differenza sostanziale nel tempo di oggi: la casa è tornata ad essere il luogo dell’ospitalità. Ho trascorso il mio compleanno spadellando, insieme con l’antagonista per eccellenza della mia vita, il cibo. Il forno e i fornelli oggi, non erano solo gli accessori per soddisfare un bisogno, ma un mezzo per condividere spazio, momenti e ricordi da costruire. Attorno alla tavola si è adunato il piacere della buona compagnia e il mio desiderio ha incontrato il suo migliore soddisfacimento.

Questa notte, in uno dei pochi messaggi che ha colto l’occasione di buttare giù due parole per un augurio di buon compleanno, una cara amica mi ha ricordato che mentre molti si sono attanagliati sui fusti, io ho scelto il ramo esposto al vento in questo tempo avverso. Vero. Potevo stare tra le mie certezze, usare i codici conosciuti e svolgere i miei compiti soliti. Potevo scegliere di non rischiare la solitudine. Non ho mai avuto il dubbio però, che il vuoto di certi giorni qui fosse solo l’anticamera di un tempo nuovo. Ehi, c’è una piccola famiglia anche qui ora: nella bellezza di un abbraccio spontaneo rubato alla paura. Siamo sopravvissuti a una tempesta oltre la quale il sereno ha squarciato le nubi di primavera. Seria: se l’impossibilità del contatto è stato il prezzo da pagare, l’occasione di riprenderci il sublime dell’incontro non è andata persa.

Siamo diversi. Siamo distanti. Siamo irraggiungibili. Ciò che ci sembra sovrapponibile a noi, è solo il più prossimo dei diseguali. Per questo, mettersi insieme è una festa: perché abbiamo scavalcato un recinto dove è possibile danzare. Non sono felice perché è stato il mio giorno, ma perché è stato un giorno condiviso. Trovo che ci sia una straordinaria libertà nel volere porre fine anche all’euforia di un giorno. Forse è questo che vuol dire per me crescere: la mia più cara amica mi ha videochiamata dai corridoi di un ospedale, in un momento di quiete per poter condividere con me i più futili e veri pensieri. Un apprezzamento per il mio seno, un apprezzamento per il suo scrub, un apprezzamento per la nostra riscoperta volontà di non dare troppo senso alle cose e nella leggerezza raccoglierlo invece tutto. Siamo cresciute e diamo peso all’infinitesimale poco che fa di noi l’essere essenzialmente due qualunque donne pensanti.

Non avevo abbastanza forchette, così io ne ho presa una di plastica lavabile. Ho mangiato le fragole, che non avevo mai mangiato perché per lungo tempo ero rimasta ferma nella convinzione infondata che non mi piacessero. L’alcool mi smonta subito lo stomaco e non c’è troppa grazia nelle mie labbra truccate, se sto sorseggiando del vino. Chiunque poteva lavare i piatti e usare la mia stanza. Ho accolto festante tutti i miei zii al telefono pian piano vaccinati. Crescere è avere premura, pensiero, preoccupazione, riguardo. Crescere implica il rispetto per ciò che conta e la più totale relatività per un messaggio mancato. Non mi importa essere raggiunta, importa che io sia vista e che io veda.

Lo spazio per l’inaspettato non conosce formalità. Grazie e auguri, di cuore.

Queste mura anni Sessanta

anni sessanta

Plink…plink…plink. È quasi l’una e di prender sonno non se ne parla. Quel suono tremendo che si ficca nel cervello è il tifone della doccia che gocciola. Gocciola sempre, da quando vivo qui. Dopo la doccia lo riverso in una bacinella per raccogliere l’acqua e non farla perdere. Poi, la riutilizziamo per scaricare il water o pulire la vasca. Una vasca che usiamo solo come doccia, con lo smalto rovinato, aloni di ruggine e la rubinetteria invecchiata dal calcare. A muro ci sono piccole mattonelle con decorazioni simil romane. Ma di un bagno romano, non ha proprio nulla. Vivo tra le mura di una casa ammobiliata negli anni Sessanta da un anno e mezzo. È un trilocale spazioso, con il parquet in un paio di stanze; non in tutte, chissà perché…ma è rovinato anche quello.

Gli infissi sono in legno, i vetri sottili e le serrande grigie in plastica. Sopra, cassoni pieni di polvere. Le porte – anche quelle in legno – incorniciano il vetro opaco. Nel bagno, gli inquilini di un tempo, hanno aggiunto una striscia adesiva per il pudore dei primi tempi tra conviventi. Qua è là sono sparsi piccoli mobili traballanti. Ne ho preso uno per la mia stanza, mi serve per conservare la biancheria da notte, gli asciugamani puliti e il piano di sopra per riporre quello che nella minuscola libreria non entrava più. Pensili poco spessi, con ancora l’etichetta del mobilificio, così fragili che potrei spezzarli solo passando la pezza umida.

Ho una sorta di armadio fatiscente, con i cassetti rotti. Tre piccole ante – sono piccole davvero – conservano i vestiti per tre stagioni. Sapevo che qui non avrei mai portato l’estate. Ho messo insieme due letti per farne uno grande. Ma da quindici mesi dormo su un terzo della superficie, incassata tra i piumoni, due, per il freddo, garanzia di un sonno tranquillo. Se non fosse per quel plink. Il bagno comunque, resta l’ambiente peggiore. Abbiamo comprato una tenda da doccia moderna, con una fantasia a righe totalmente dissonante dal resto dell’arredo. A un chiodo è appesa ancora una mattonella dipinta di blu che mi ricorda un vecchio atelier sul mare. Accanto alla vasca, sta un vecchio mobiletto marcio nella parte inferiore. Abbiamo provato a sollevarlo, spostarlo, avremmo voluto sbarazzarcene, ma a ogni tentativo sembrava crollarci tra le mani.

Così, abbiamo rinunciato. Siamo di passaggio, abbiamo stipulato un compromesso, più che un contratto. Tutto sommato, l’affitto non è caro, quindi ci accolliamo questa decadente dimora. C’ era un tempo in cui le stanze per studenti andavano a ruba. Ho personalizzato poco. C’è una poltrona nella mia stanza, utile come terra di mezzo per i vestiti che si possono rimettere anche il giorno dopo. In velluto beige, goffa, ingombrante, massiccia. Qualche ritocco nel tempo è stato fatto. Il piano cottura, ad esempio, ha l’accensione elettronica. C’è persino un microonde.

Un vecchio divano biposto a muro e un tavolo in legno con i cassetti e un buco centrale per il mattarello, arredano la cucina. Le sedie hanno le gambe sottili e la stessa mano che dipinse quella mattonella del bagno, ha rivivacizzato anche gli schienali. Da tempo, coltivo un desiderio improprio: nel silenzio della notte, dove accadono le cose che sono impossibili da realizzare alla luce del giorno, vorrei riversare dell’acqua in balcone, un po’ di sgrassatore e spazzare via unto e polvere con una vecchia scopa. Poi, sarà tempo di semi e terra, piante colorate e con un po’ di fortuna prezzemolo e basilico.

Qui ho imparato a discernere un po’ di me nel futuro. Vorrei due case un giorno, una fissa, piccola, rispettosa dell’ambiente, comoda, con i confort minimi, sul pendio di una montagnola o vicino al mare. Dinanzi uno spazio, meglio due: un piccolo giardino per i pomodori e uno sprazzo per le cene d’estate. So che sarà dove già è il mio posto, il mio mare. Poi, una mobile che sarà ovunque, altrove. Ovunque io desideri, là starò: fra le mura di una casa solide, in cui nessuno avrà riversato scarti inutili e offensivi. Ci metterò la frutta del mercato rionale e uno schiaccianoci. Farò la differenziata e per profumare mi farò consigliare da qualcuno. Per pulire, basterà solo l’acqua e una spazzola. Avrò un armadio per tutte le stagioni e nessun filo di polvere pendente.

Quanto in grande bisogna pensare per realizzare una casa piccola?